Il fatto: l’8 settembre l’Australia ha deciso che il feed te lo devono chiedere
Martedì 8 settembre il primo ministro australiano Anthony Albanese e la ministra delle Comunicazioni Anika Wells hanno presentato la bozza di legge sul Digital Duty of Care (1), il dovere di diligenza che le piattaforme avranno verso chi le usa. Il capitolo sui social stabilisce che dovranno mandare una notifica a tutti gli utenti e chiedere quale feed preferiscono: quello costruito dall’algoritmo sulla comprensione dei loro interessi, oppure quello che contiene soltanto amici, creator e media che hanno scelto di seguire. Vale sopra i sedici anni. Chi non rispetta la legge rischia sanzioni fino a 109,2 milioni di dollari australiani. Il capitolo si chiama «My Feed, My Way», e il dovere di diligenza va oltre i social: riguarda anche i giochi online, le app e i chatbot, con obblighi specifici verso i minori di diciotto anni.
«Non si tratta di dare il controllo al governo, si tratta di darlo alle persone», ha detto Albanese presentando il testo, che ora è in consultazione. È lo stesso governo che dal dicembre 2025 vieta i social ai minori di sedici anni, ed è per questo che la scelta del feed riguarda tutti gli altri. Adesso si occupa anche degli adulti.
Gli «influencer» ci sono sempre stati, ma adesso li sceglie l’algoritmo
Il bisogno di qualcuno che ci spieghi le notizie non l’hanno inventato i social. Nel 1945 a Decatur, in Illinois, i sociologi Elihu Katz e Paul Lazarsfeld intervistarono 800 donne per capire da dove venissero le loro opinioni, e dieci anni dopo raccontarono il risultato in Personal Influence (2). Giornali e radio non arrivavano diretti. Passavano da qualcuno di vicino, più informato, che leggeva e poi raccontava agli altri. Lo chiamarono opinion leader.
Per mezzo secolo questo sistema ha avuto due piani. Al piano superiore stavano le testate giornalistiche, che rispondono di quello che pubblicano: in Italia la legge sulla stampa del 1948 (3) vuole un direttore responsabile, che l’articolo 57 del codice penale (4) punisce se omette il controllo. Dal 1963 i giornalisti hanno anche un Ordine e un codice deontologico, l’ultimo in vigore dal 1° giugno 2025 (5) .
Al piano inferiore stavano gli opinion leader di Decatur: l’amico più informato, il farmacista, il parroco, il sindacalista, il vicino che compra due quotidiani. Codici non ne avevano. Rispondevano con la faccia, davanti a chi li incontrava il giorno dopo al bar.
Oggi gli interpreti si chiamano creator, e in gran parte non hanno alle spalle né una redazione né un codice: negli Stati Uniti il Pew Research Center ha contato che il 77% dei news influencer (6) non ha mai lavorato per una testata né collabora con una. La differenza con Decatur non sta però in chi parla. Sta in chi sceglie. A Decatur l’interprete lo sceglievi tu, per la reputazione che aveva in paese; nel feed te lo propone un sistema che guadagna sui minuti che passi davanti lo schermo.
Quel guadagno ha una cifra. Nel trimestre chiuso il 30 giugno 2026 Meta ha incassato 60,8 miliardi di dollari (7), 668 milioni al giorno, quasi tutti pubblicità, e le persone che aprono ogni giorno una delle sue app sono 3,6 miliardi.
Sull’altro piatto della bilancia, la penale che il tribunale di Amsterdam ha fissato per costringere Meta a farci scegliere il feed, dieci milioni di euro, vale meno di mezz’ora di ricavi. Sono venti minuti scarsi.
Il come è stato misurato. Nel febbraio 2023 un gruppo di ricercatori ha seguito per due settimane il feed di 806 utenti di Twitter (8), confrontando quello ordinato per “engagement” con quello in ordine di tempo. L’algoritmo amplificava le espressioni di rabbia e l’ostilità verso l’altro schieramento, e chi leggeva quei post dichiarava di sentirsi più arrabbiato. Alla domanda su quali post preferisse, la stessa persona rispondeva che quelli scelti dall’algoritmo le piacevano meno.
Due anni prima Steve Rathje e due colleghi avevano contato le parole dei post pubblicati su Facebook e su Twitter dagli account dei giornali americani e dei parlamentari, per capire cosa li facesse viaggiare. Nomina l’avversario e il post corre. Il fattore che contava più di ogni altro era parlare male dell’altro schieramento(9) davanti alle parole che esprimono rabbia o paura e davanti al tema trattato. Un sistema che ordina i contenuti in base alle reazioni premia chi alza la voce, e con lui sale la spazzatura.
Lo stesso algoritmo fa anche un’altra cosa. Mentre premia chi alza la voce fa scendere i giornali: nel 2023 quattro economisti hanno assegnato a caso 4.965 utenti americani di X al feed algoritmico o a quello cronologico per sette settimane, e su Nature (10) hanno misurato che nel feed algoritmico i post delle testate comparivano il 58% per meno spesso. Chi ci passava metteva più spesso in cima le priorità di uno schieramento politico, 4,7 punti percentuali in più, e tornando al cronologico non tornava indietro.
La situazione in Italia
Da tre anni il Master in giornalismo «Giorgio Bocca» dell’Università di Torino cura l’edizione italiana della ricerca del Reuters Institute di Oxford. Il Digital News Report Italia 2026(11) è uscito a giugno su un campione di 2.040 persone, e il quadro che ne esce racconta un paese in cui le modalità con cui fluiscono le informazioni sono molto diverse rispetto a quelle di pochi anni fa. Conviene guardarli uno per uno.
Il primo risultato è un sorpasso che non fa notizia da quanto è graduale. Nell’ultima settimana il 69 per cento degli italiani si è informato con fonti online e il 62 con la televisione: il sorpasso era arrivato nel 2020, e nel 2017 la televisione stava all’85 per cento. La discesa è lenta e inesorabile.
Dentro quel 69 per cento la voce che cresce sono i social, usati dal 45 per cento, ormai a ridosso dei telegiornali che stanno al 50. Come fonte principale i social sono passati in un anno dal 17 al 22 per cento, mentre i siti e le app dei quotidiani restano la fonte principale del 7 per cento degli italiani. Chi ha smesso di guardare la televisione è andato altrove, e nel 46 per cento dei casi quell’altrove sono i social.
Cambia anche chi spiega le notizie. Il 36 per cento degli italiani ha preso notizie da un creator nella settimana della rilevazione, e fra i 18 e i 24 anni la quota arriva al 66 per cento, contro il 53 della fascia fra i 25 e i 34.
Cambia pure il luogo. Per chi ha meno di 35 anni YouTube è considerato uno strumento utile per informarsi nel 65 per cento dei casi, contro il 40 di chi ha passato quella soglia, e lo stesso vale in misura minore per TikTok e Instagram.
Messi a confronto con le testate, i creator risultano più interessanti per il 30 per cento e più facili da capire per il 27, ma meno affidabili per il 34 e meno imparziali per il 32. Li si ascolta per capire, senza fidarsi.
C‘è poi una domanda del rapporto che merita di essere evidenziata. Agli intervistati è stato chiesto di indicare fino a tre creator informativi che seguono, e ne è uscito un elenco che i ricercatori chiamano «un universo incerto». Ci sono progetti nati per informare, come Breaking Italy, GeoPop, Nova Lectio e Will Media, e ci sono anche Alessandro Barbero, Roberto Saviano, Cecilia Sala, Selvaggia Lucarelli, Chiara Ferragni e CiccioGamer89. Uno storico, un’inviata di guerra, una influencer di moda e un gamer stanno nella stessa risposta alla stessa domanda. Il confine non esiste più. È ormai impossibile distinguere i creator che fanno informazione da quelli che parlano di moda o di videogiochi.
La fiducia, intanto, scende. Gli italiani che dicono di fidarsi delle notizie la maggior parte delle volte sono il 32 per cento, quattro punti in meno dell’anno scorso. Ma la fiducia nelle notizie incontrate sui social si ferma al 15%, mentre le singole testate restano molto più in alto: l’Ansa al 74%, le ultime della fila, Libero e Fanpage, al 41%.
Il dato che chiude il quadro riguarda un gesto di due secondi: il rapporto ha chiesto quanto spesso, incontrando una notizia, si clicca sul link che porta alla fonte originale. Dai motori di ricerca lo fa sempre o spesso il 49% delle persone. Dai social il 38%. Dai chatbot di intelligenza artificiale il 32%.
Il ritratto che emerge dall’analisi di questi numeri è abbastanza chiaro. Passiamo sempre più tempo in un ambiente di cui ci fidiamo poco e ascoltiamo persone che giudichiamo meno affidabili dei giornali, ma più vicine e più facili da capire, proposte dagli algoritmi del feed. E in caso di dubbio, quasi due su tre non aprono la fonte. Il creator rappresenta un modo per combattere noia e solitudine prima che informare. Si baratta l’autorevolezza con la familiarità.
Che sia anche una questione di compagnia lo dice un genere nato in Corea del Sud intorno al 2010: il mukbang(12) la diretta in cui qualcuno mangia davanti alla telecamera mentre chi guarda cena a casa propria. Chi lo studia lo chiama surrogato sociale. In Italia le famiglie di una persona sola sono il 37,1%, e gli adulti che vivono soli sono 9,9 milioni, il doppio di trent’anni fa. Il creator, in quelle case, arriva quando si mangia.
L’Italia ha scelto comunque di regolare chi parla. Con la delibera 197/25/CONS (13) del luglio 2025 l’AGCOM ha imposto un codice di condotta agli influencer che superano i 500.000 follower o il milione di visualizzazioni medie mensili, con responsabilità editoriale e sanzioni fino a 600.000 euro. Ad aprile 2026 le domande erano almeno 5.000 (14), più del doppio delle attese. La regola copre chi supera la soglia. Il feed che decide chi ascolti resta materia europea, affidato a un interruttore nel menu.
Il selettore di feed nel menu
La tesi del feed che fabbrica creduloni ha un’obiezione seria, e poggia su numeri. Durante le presidenziali americane del 2020 il gruppo di Andrew Guess(15) ha spostato un campione di utenti consenzienti di Facebook e Instagram sul feed cronologico per tre mesi. Hanno passato meno tempo sulle piattaforme. La polarizzazione non si è mossa in modo misurabile, e nemmeno le conoscenze politiche.
Nel 2024, su Nature(16), Ceren Budak, Brendan Nyhan e altri tre studiosi hanno passato in rassegna le ricerche disponibili: l’esposizione a contenuti falsi è rara, e si concentra in una frangia ristretta di persone che hanno già posizioni estreme.
Queste ricerche ridimensionano il racconto dell’apocalisse. Dicono però anche un’altra cosa: il danno non è spalmato su tutti. La grande maggioranza delle persone incontra pochissime notizie false, mentre una minoranza ridotta le riceve e le rilancia in quantità. Se si disegna la curva di quanta disinformazione passa per ciascuno, quella minoranza sta all’estremo destro del grafico, nel tratto che gli statistici chiamano coda, cioè la parte della curva dove finiscono i casi estremi.
Quella coda è stata contata. Nel 2024, su Science(17), un gruppo dell’Università Ben Gurion e della Northeastern ha seguito 664.391 elettori americani iscritti a Twitter durante le presidenziali del 2020: 2.107 persone, lo 0,3% del campione, avevano diffuso l’80% delle notizie false, e i loro post arrivavano al 5,2% degli elettori presenti sulla piattaforma. I ricercatori le hanno chiamate supersharer. Non erano automi: la loro mole di condivisioni risultava fatta a mano, una alla volta, da persone per lo più di mezza età e repubblicane.
Un limite di queste ricerche va dichiarato. Quasi tutte sono americane e durano settimane, al massimo mesi, e sull’Europa manca perfino il dato più semplice, cioè quante persone usano il feed senza profilazione: nessuna piattaforma lo ha reso pubblico, e nessuna ricerca fra quelle che abbiamo trovato prova a stimarlo.
Quel feed, intanto, esiste per legge: l’articolo 38 del Digital Services Act18) obbliga dal 25 agosto 2023 le piattaforme molto grandi a offrirne almeno uno non basato sulla profilazione. Sta in un menu.
Il 2 ottobre 2025 il tribunale di Amsterdam ha dato ragione all’associazione olandese Bits of Freedom contro Meta, che su Facebook e Instagram rimetteva il feed algoritmico come impostazione predefinita: per i giudici è un design ingannevole vietato dal regolamento europeo. Da gennaio 2026 gli olandesi scelgono il feed cronologico e lo ritrovano alla riapertura dell’app, e il 10 marzo la Corte d’appello ha confermato. Vale solo per i Paesi Bassi.
Nel frattempo le autorità hanno cominciato a toccare il design. La Commissione europea ha multato X per 120 milioni di euro il 5 dicembre 2025, e il 10 luglio 2026 ha contestato a Meta, in via preliminare, di aver progettato Instagram e Facebook per l’uso compulsivo: scorrimento infinito, riproduzione automatica, notifiche, raccomandazioni su misura. Se le conclusioni reggono, la sanzione arriva al 6 per cento del fatturato mondiale. In America ci sono arrivate le giurie. Il 25 marzo 2026, a Santa Fe, una giuria ha dato ragione allo stato del New Mexico: Meta aveva adottato pratiche commerciali sleali e messo i profitti davanti alla sicurezza dei minori, 375 milioni di dollari. Lo stesso giorno, a Los Angeles, un’altra giuria ha giudicato Meta e YouTube negligenti per come hanno progettato le loro piattaforme.
Poi è arrivato il conto vero. Il 7 agosto il giudice Bryan Biedscheid ha dichiarato Meta un «public nuisance», cioè un danno per la collettività, scrivendo che le sue piattaforme contribuiscono in modo significativo alla crisi di salute mentale dei ragazzi del New Mexico: 567 milioni in un fondo per curarli e prevenire, che sommati alla sanzione della giuria fanno 942 milioni. Meta ha annunciato appello. Diciannove giorni dopo, il 26 agosto, ha chiuso il conto più grosso: 17,6 miliardi di dollari a 48 stati americani, da pagare in dieci anni, senza ammettere alcuna responsabilità. Nel trimestre chiuso a giugno l’utile di Meta era stato di 15,8 miliardi: il patteggiamento vale poco più di tre mesi di utili.
Nei prossimi mesi sapremo se l’Australia ha approvato la bozza. L’Europa si troverà davanti a due strade: tenere l’interruttore nel menu e affidarne la difesa ai tribunali, come ad Amsterdam, oppure copiare Canberra e far comparire la domanda appena si apre l’app. La decisione definitiva su Meta, quando arriverà, dirà quale delle due la Commissione considera sufficiente.
Se la domanda di quale feed usare all’apertura del social diventasse la regola, testate e creator si troverebbero a competere per essere seguiti, cioè per quella reputazione che a Decatur si costruiva in paese. Chi spiega bene perderebbe poco. Quello che urla perderebbe la spinta gratuita dell’algoritmo. Le piattaforme perderebbero tempo di visione. Se l’interruttore restasse nel menu, a scegliere chi ti spiega il mondo continuerebbe a essere il feed algoritmico.
L’interruttore, e poi la parte difficile
In Europa le grandi piattaforme devono offrirlo, e ognuna lo ha sistemato a modo suo. Su Instagram si tocca la scritta in alto a sinistra e si sceglie «Seguiti»; su Facebook la voce si chiama «Feed» e sta nel menu, o nella colonna di sinistra dal computer; su TikTok la personalizzazione si spegne dalle impostazioni, fra le preferenze dei contenuti; su LinkedIn, nelle preferenze generali, si imposta la visualizzazione del feed su «Post più recenti». L’unica differenza che conta è la memoria: LinkedIn e TikTok ricordano la scelta, mentre Instagram e Facebook, in Italia, la dimenticano a ogni accesso. Poi si prova per una settimana.
Che il filtro esista lo sanno in molti, e lo usano lo stesso poco. Il feed algoritmico fa un altro mestiere, e lo fa bene: è un passatempo che chiede poco e restituisce subito, serve a spegnere il cervello, e in quel momento è quello che si vuole. Il filtro non basta. Il problema, quindi, non è l’informazione che manca. La legge australiana promette «my feed, my way», ma la realtà è «my feed, my drug».
Nel 2022, sull’American Economic Review, Hunt Allcott e due colleghi hanno stimato che il 31 per cento del tempo che passiamo sui social dipende da problemi di autocontrollo: quando le persone possono darsi un limite lo usano, e il tempo scende. Un secondo studio ha chiesto a più di mille studenti americani quanto vorrebbero essere pagati per disattivare TikTok per quattro settimane: 59 dollari, se tutti gli altri restano. Se a spegnerlo fossero tutti insieme, invece, pagherebbero loro per farlo. Contando anche l’effetto su chi non li usa, il 64 per cento degli utenti attivi di TikTok e il 48 di quelli di Instagram starebbero meglio se quei prodotti non esistessero. Lo sanno, e restano.
Da una dipendenza non si esce con un’impostazione. Si esce cambiando abitudini, e le abitudini si insegnano. La Finlandia ha messo l’alfabetizzazione mediatica nel programma scolastico nazionale nel 2014, per tutte le età, e dal 2017 è prima nell’indice europeo che misura la resistenza alla disinformazione. È anche il paese che, nel confronto del rapporto italiano, si preoccupa di più delle notizie false: 75%, contro il nostro 59%. Una norma ce l’ha anche l’Italia, la legge 92 del 2019, che mette l’educazione alla cittadinanza digitale dentro l’educazione civica in tutte le scuole. Sta lì come l’interruttore.
Per chi ha figli resta una domanda da fare, la stessa che Katz e Lazarsfeld facevano alle donne di Decatur: da chi l’hai sentito, e perché ti fidi di quella persona. E poi quella nuova. Perché preferisci il feed che sceglie lui?
Le regole su cosa si può dire sono materia delicata in qualunque democrazia. Devono restarlo. Quale feed compare per primo riguarda invece il prodotto, come le cinture di sicurezza riguardano l’automobile, e si può intervenire lì senza toccare quello che la gente può dire.
L’interruttore, però, non basta. La parte difficile è l’educazione. Ai ragazzi di periferia, per toglierli dalla strada, non basta dire di non starci: bisogna aprire una palestra e appassionarli allo sport. La Finlandia prova da dodici anni almeno ad educare ai problemi della strada e qualche miglioramento lo sta ottenendo.
Riferimenti
(3) Legge sulla stampa del 1948
(4) Articolo 57 del Codice Penale
(5) Codice Deontologico Giornalisti, Giugno 2025
(6) Pew Research Center - America's News Influencers, November 2024
(7) Meta Reports Second Quarter 2026 Results, 29 July 2026
(9) PNAS - Out-group animosity drives engagement on social media, June 2021
(10) Nature, The political effects on X's feed algorithm
(11) Digital News Report Italia, Giugno 2026
(12) Eating on camera: a creator-centric case study of mukbang engagement in India
(13) Influencer - Linee guida, Codice di condotta e FAQ
(14) Il Post - Come sta andando il registro degli influencer, Aprile 2026
(15) How do social media feed algorithms affect attitudes and behavior in an election campaign
(16) Misunderstanding the harms of online misinformation, June 2024
(17) Supersharers of fake news on Twitter
(18) Digital Services Act, art. 38
(20) Bits of Freedom - Court again rules in favor of Bits of Freedom, March 2026








