Novantamila brani al giorno
Su tutte le grandi piattaforme di streaming arrivano ogni giorno decine di migliaia di brani generati interamente dall’AI. Ad aprile il responsabile di Apple Music, Oliver Schusser, ha detto che sono più di un terzo della musica che il servizio riceve ogni mese, e che valgono meno dello 0,5% degli ascolti (1).
Il 13 ottobre Deezer, piattaforma di streaming francese poco diffusa in Italia, ha annunciato che entro la fine dell’anno i suoi abbonati potranno spegnere la musica generata dall’AI. Con un click, i brani creati interamente da un modello AI spariranno dalla ricerca e dall’ascolto (2).
Il giorno dopo YouTube Music ha introdotto un’etichetta che indica se un brano è generato del tutto, in parte o per niente dall’AI, ma senza impedirgli di guadagnare.
Tidal, dal 29 giugno, ha smesso di pagare i diritti sui brani che riconosce come interamente generati.
Spotify, che non pubblica numeri, dal settembre 2025 esclude dalle raccomandazioni e dai pagamenti i brani caricati in massa.
Deezer è l’unica piattaforma che pubblica questi numeri con regolarità, da quasi due anni. A gennaio 2025, quando l’azienda ha messo in funzione il suo rilevatore, le arrivavano circa 10.000 brani interamente generati al giorno, il 10% di tutto quello che riceveva. A novembre erano più di 50.000, il 34% (3). Nei giorni di picco di giugno 2026 sono stati 90.000, oltre la metà dei caricamenti (4).
Quei brani, però, valgono fra l’1% e il 3% degli ascolti. Nel 2025 fino all’85% di quegli ascolti era fraudolento, cioè prodotto da programmi che fanno partire i brani in automatico per incassare i diritti (4). Più di metà della musica nuova che entra ogni giorno in un servizio di streaming serve a prendersi una quota del fondo comune, cioè dei soldi di abbonamenti e pubblicità che ogni mese la piattaforma divide fra i brani in proporzione agli ascolti, e quasi nessuno la ascolta.
Lo conferma Luminate, la società che conta gli ascolti su tutte le piattaforme e fornisce a Billboard i dati per le sue classifiche. Nel 2025 c’erano 253 milioni di brani: lo 0,2%, quelli fra 1 e 50 milioni di ascolti, ne ha fatto la metà, l’88% ne ha avuti mille o meno, e 55 milioni non sono mai stati ascoltati (5).
Per capire chi si divide quei soldi bisogna guardare come è cambiata l’industria musicale negli ultimi anni.
Seguiamo i soldi
Nel 2025 i ricavi della musica nel mondo valgono circa 80 miliardi di dollari: quasi metà arriva dai concerti, poco più di un quarto dallo streaming, meno del 7% dai dischi (6, 7).
Nel 1999 il prodotto era il disco. Le grandi case discografiche, le cosiddette major, erano cinque: Universal, Sony, Warner, EMI e BMG. Dopo Napster e quindici anni di vendite in calo, Sony e BMG si sono fuse ed EMI è stata divisa fra le altre. Oggi le major sono tre: Universal, Sony e Warner.
Lo streaming ha rimesso in piedi l’industria. Nel 2025 la musica registrata ha incassato nel mondo 31,7 miliardi di dollari, all’undicesimo anno di crescita consecutivo. Quasi il 70% arriva dallo streaming, e gli abbonati paganti sono 837 milioni (6).
La parte che cresce di più, però, è quella dal vivo. Secondo Goldman Sachs nel 2025 il mercato mondiale dei concerti valeva 38,2 miliardi di dollari, più di tutta la musica registrata, e nel 2035 arriverà a 67 miliardi contro 55 (7). Intanto i biglietti costano sempre di più: nei cento tour che hanno incassato di più al mondo il prezzo medio è passato da 96 dollari nel 2019 a 136 nel 2024, il 41% in più, e negli stadi nel 2025 ha superato i 216 dollari (8).
È cambiato il modo in cui il denaro si muove. Con il disco si pagava un oggetto. Con lo streaming ogni piattaforma raccoglie gli abbonamenti e la pubblicità del mese, ne trattiene una parte e divide il resto fra i titolari dei diritti in proporzione agli ascolti. Chi ha più ascolti si prende una fetta più grande di una torta che, in quel mese, ha una dimensione fissa. I titolari dei diritti sono quasi sempre le case discografiche e i distributori, che a loro volta pagano gli artisti secondo i contratti. Su Spotify le tre major insieme a Merlin, l’organismo che tratta per conto di migliaia di etichette indipendenti, consegnano la grande maggioranza degli ascolti.
Chi sta al centro di questa divisione guadagna bene, come mostra la tabella. Spotify ha chiuso il 2025 con 17,2 miliardi di euro di ricavi, 290 milioni di abbonati e circa 2,2 miliardi di utile operativo: il secondo anno consecutivo in attivo.
Il primo operatore mondiale dei concerti, nella stessa tabella, è Live Nation, che possiede anche Ticketmaster. Nel 2025 ha incassato 25,2 miliardi di dollari. I concerti ne hanno portati 20,9, con un margine del 3,3%: 687 milioni di utile operativo. Ticketmaster ne ha portati 3,1, con 1,13 miliardi di utile operativo. Nella musica di oggi vendere il biglietto rende più che organizzare il concerto.
Nel 2018 Citigroup ha provato a fare il conto di quanto, dei soldi spesi per la musica negli Stati Uniti, arrivi a chi la fa. Il risultato, riportato nella tabella più avanti, è il 12% nel 2017; nel 2000 era il 7%. La quota è salita, e secondo Citi il merito è dei concerti, che le case discografiche non controllano, più che dello streaming.
Per il musicista medio il quadro è un altro. Un sondaggio della Future of Music Coalition su circa 5.000 musicisti americani ha misurato da dove arrivava il loro reddito nel 2011: il 28% dai concerti, il 22% dall’insegnamento, il 19% dagli stipendi in orchestre e gruppi, il 10% dalle sessioni per altri musicisti, il 6% dalle composizioni e solo il 6% dalle registrazioni, come riporta la tabella. Delle sponsorizzazioni non esiste un dato pubblico: i contratti con i marchi sono privati.
Lo streaming ha allargato la base. Secondo i dati di Spotify, nel 2025 13.800 artisti hanno generato sulla piattaforma più di 100.000 dollari ciascuno e più di 1.500 oltre un milione. Il centomillesimo artista per incassi ha generato più di 7.300 dollari; dieci anni prima, nella stessa posizione, se ne generavano circa 350. Quei soldi Spotify li versa a chi possiede i diritti sulle registrazioni, quasi sempre la casa discografica o il distributore, e all'artista con un contratto arriva la percentuale che il contratto prevede.
Settemilatrecento dollari l'anno, lordi e da dividere con l'etichetta, non pagano un affitto. Per decine di migliaia di musicisti sono comunque un'entrata, che si somma a concerti e lezioni. I 90.000 brani generati ogni giorno arrivano in questa fascia. Alle star come Taylor Swift non tolgono ascolti: si contendono i pochi soldi dei musicisti meno noti, e produrli non costa quasi niente.
Come cambia la musica
Lo streaming aveva cambiato la forma delle canzoni prima che arrivasse l’AI. Un ascolto viene contato, e pagato, solo dopo 30 secondi, e chi ascolta una playlist passa al brano successivo se quello che sente non lo colpisce nei primi secondi. Uno studio della Ohio State University ha misurato le introduzioni dei brani nella top 10 americana dal 1986 al 2015: a metà degli anni Ottanta duravano in media più di 20 secondi, oggi circa 5 (9). La voce e il ritornello arrivano prima, perché chi aspetta non viene pagato. Si è accorciato anche il resto: secondo Chartmetric, nel 2024 un brano nelle classifiche di Spotify durava in media 3 minuti, mezzo minuto meno che nel 2019 (10).
Un caso estremo mostra che a cambiare i brani è la regola di pagamento. Alcuni caricavano sulle piattaforme rumore bianco o canti di balene divisi in tante tracce da poco più di 30 secondi, pensate per essere ascoltate una dopo l'altra: ogni mezzo minuto scattava un ascolto pagato, mentre una canzone normale ne fa scattare uno ogni tre minuti. Spotify ha chiuso la scappatoia: dal 2024 paga i brani di rumore solo se durano almeno due minuti. La corsa ad accorciare i brani era cominciata prima, con la radio e MTV; lo streaming, che paga a ogni ascolto, l'ha accelerata.
Una parte crescente dell’ascolto, poi, non è una scelta. Sono le playlist per studiare, per dormire, per concentrarsi o per correre: musica che si mette e non si guarda. La giornalista Liz Pelly ha ricostruito su Harper’s, e poi nel libro Mood Machine uscito nel 2025, un programma interno di Spotify avviato nel 2017 e chiamato Perfect Fit Content: in quelle playlist entrano brani prodotti su commissione da poche società e attribuiti ad artisti che non esistono. Il motivo, secondo le sue fonti, è il costo: meno diritti agli artisti veri. Un ex responsabile delle playlist le ha descritto la logica: se i numeri salivano si sostituivano sempre più brani, perché «se l'utente non se ne accorge, va bene» (11).
Nel 2024 il quotidiano svedese Dagens Nyheter ha trovato un solo compositore, Johan Röhr, dietro 656 nomi d’artista e 15 miliardi di ascolti, presente in almeno 144 playlist ufficiali di Spotify (12). Spotify nega di pagare meno: dice di versare i diritti, sulla registrazione e sulla composizione, per ogni brano. I contratti con queste società non sono pubblici, quindi le tariffe non si possono verificare. Di certo ogni ascolto di quei brani si prende una quota del fondo comune.
L’AI generativa entra da quella porta. Nell’estate del 2025 i Velvet Sundown, una band con album e foto promozionali, hanno raccolto su Spotify un pubblico vero prima di ammettere di essere un progetto generato. A ottobre 2025 Deezer e Ipsos hanno fatto ascoltare a 9.000 persone in otto paesi tre brani, due generati e uno umano. Il 97% non ha saputo distinguerli, e l’80% ha detto di volere un’etichetta che dica quale musica è interamente generata (3).
Se chi ascolta non sente la differenza, la qualità del singolo brano conta meno di quanto vorremmo. Conta chi decide che cosa finisce nelle playlist, e quanto costa riempirle. Un brano generato costa pochi centesimi, e se occupa il posto di uno umano nella playlist del sonno nessuno se ne lamenta. L’AI sostituisce per prima la musica che si ascolta senza sceglierla.
Chi decide il successo
Per decenni il successo di un brano lo hanno deciso persone: il produttore che sceglieva che cosa registrare, il discografico che decideva su chi investire, chi programmava la radio. Persone che sbagliavano e avevano gusti propri. Oggi quel ruolo lo svolgono soprattutto gli algoritmi: quello di TikTok, che decide quale frammento di quindici secondi diventa virale, e quelli di Spotify e YouTube, che compongono playlist e raccomandazioni.
Il confronto più netto riguarda i pagamenti. Negli Stati Uniti pagare una radio per far trasmettere un disco, la «payola», è vietato dal 1960, dopo uno scandalo che aveva coinvolto molti conduttori radiofonici: chi trasmette un brano in cambio di soldi deve dirlo a chi ascolta. Alle piattaforme di streaming quella regola non si applica. Dal 2020 Spotify, con la Discovery Mode, spinge nelle raccomandazioni i brani di chi accetta in cambio diritti più bassi. Non passano più buste di contanti: paga l’artista, rinunciando a una parte di quello che gli spetta per ogni ascolto. Una causa collettiva del 2023 l’ha definita una payola nascosta; il giudice non è entrato nel merito, perché i termini d’uso di Spotify obbligano gli utenti a un arbitrato privato.
Che cosa premiano gli algoritmi? Nella musica gli studi non trovano quello che succede con i contenuti politici sui social, dove vince ciò che divide. Trovano una musica immediata e intensa. Un gruppo di ricercatori ha analizzato due anni di classifiche quotidiane di TikTok e Spotify, più di 2.000 brani: le hit sulle piattaforme sono più ripetitive delle versioni originali, e le emozioni, positive e negative, più marcate (13). Due ricercatori delle università di Warwick e di Francoforte hanno confrontato le hit hip hop del 2002 con la playlist RapCaviar di Spotify del 2022: in vent’anni i brani hanno perso più di un minuto, quasi tutti usano le stesse batterie elettroniche e i testi si somigliano il 60% in più (14). È una correlazione su pochi brani, non una prova, ma va nella stessa direzione dei dati sulla durata.
L’effetto più netto riguarda chi ascolta. I ricercatori di Spotify hanno misurato che chi segue soprattutto le raccomandazioni ascolta musica meno varia, e chi allarga i propri gusti lo fa scegliendo da sé (15). Non significa che le piattaforme spingano solo le grandi case discografiche: fra il 2017 e il 2020 la quota di brani indipendenti fra le novità promosse dalle playlist di Spotify è salita dal 38% al 55% (16), e chi passa allo streaming, nel complesso, ascolta più artisti di prima. Al posto del gusto di una persona, però, oggi c’è una metrica: quanti non saltano il brano, quanti lo riascoltano, quanti lo usano in un video.
Chi paga il conto
Il primo conto è in denaro. Il fondo che le piattaforme dividono ogni mese non cresce con il numero dei brani, quindi ogni ascolto finto toglie una quota agli artisti veri, e un brano generato che occupa un posto in playlist toglie ascolti a uno scritto da qualcuno.
Le piattaforme hanno risposto in modi diversi. Tidal non paga i brani interamente generati e toglie quelli che imitano un artista. Deezer li esclude dall’algoritmo e dalle playlist della redazione: dal gennaio 2025 ne ha esclusi dalle raccomandazioni più di 42 milioni (2). YouTube mette l’etichetta e continua a pagare.
Le due risposte non sono equivalenti. L’etichetta, cioè la scritta nel lettore che dice se un brano è stato generato dall’AI, serve a chi ascolta: gli fa sapere che cosa sta ascoltando e gli permette di evitarlo. Ma non sposta un euro, perché il brano generato continua a prendersi la sua parte del fondo. La regola di pagamento invece decide chi riceve i soldi, e quindi se scrivere musica resta un lavoro. Per ora l’ha adottata per intero solo Tidal, che ha molti meno abbonati di Spotify o Apple Music.
Il secondo conto riguarda i diritti d'autore. Suno e Udio, i due principali programmi che generano canzoni, sono stati addestrati anche sulla musica delle grandi case discografiche, che nel 2024 li hanno portati in tribunale. Poi due di loro hanno cambiato strada: Universal ha firmato un accordo con Udio nell'ottobre 2025, Warner con Suno e con Udio a novembre, mentre Sony è ancora in causa. Con questi accordi le major non combattono più i generatori, si fanno pagare perché i loro modelli vengano addestrati sul proprio catalogo e, con gli artisti che accettano, usino anche la loro voce. Il musicista indipendente non ha un catalogo da dare in licenza né avvocati per difendersi, e può solo affidarsi alle regole che ciascuna piattaforma sceglie di adottare.
Cinque tendenze
Messi in fila, i numeri raccontano dei trend che non riguardano solo la musica.
1. Produrre non costa più niente, quindi di opere ce ne sono troppe: oltre metà dei brani nuovi è generata da una macchina, e l’88% del catalogo ha avuto mille ascolti o meno.
2. Più la musica registrata costa poco, più vale quello che non si può copiare: la persona sul palco. È lì che si spostano i soldi, e il prezzo dei biglietti lo dimostra.
3. Nella musica il “nome” oggi si costruisce in un altro modo: non in un locale ma in un video, guardato da chi verifica i numeri. Fra gli artisti italiani emersi dopo il 2005 nelle classifiche degli album, quelli arrivati pubblicando da soli in rete sono passati dal 29% del 2018 al 51% del 2023, quelli usciti dai talent televisivi dal 29% al 12% (17). E chi cerca talenti si fa aiutare dal software: nel 2018 Warner ha comprato Sodatone, che usa i dati per segnalare gli artisti ancora senza contratto.
4. L’attenzione è quanto mai la vera risorsa scarsa.
5. Chi distribuisce ha sempre un enorme impatto. Un tempo il successo di un brano dipendeva da persone: il produttore, il discografico, chi programmava la radio, chi comprava la pubblicità. Oggi pesano soprattutto gli algoritmi delle piattaforme e dei social, che scelgono che cosa finisce nelle playlist e nei feed, e quanto costa riempirli.
Fra cinque anni la musica fatta con l’AI, del tutto o in parte, sarà normale anche fra gli autori più affermati: mi stupirei del contrario. È già successo con Paul McCartney, che si è fatto aiutare da un software di apprendimento automatico per isolare la voce di John Lennon da una vecchia cassetta e completare «Now and Then», uscita nel 2023 e premiata con un Grammy. Mi aspetto anche che chi ascolta voglia sapere se quello che sente è stato generato da una macchina.
L’80% degli intervistati da Deezer e Ipsos chiede già un’etichetta per indicare i brani generati con l’AI (3), e negli Stati Uniti il 44% degli ascoltatori dice a Luminate che sarebbe meno interessato a un brano se sapesse che è stato prodotto con l’AI generativa (5). Quando quell’informazione sarà davanti a tutti, potrà diventare anche una differenza di prezzo. Nella stessa direzione va la previsione di Goldman Sachs: un abbonato su cinque è un «superfan», disposto a spendere di più per un rapporto più stretto con i suoi artisti, e un’offerta pensata per loro varrebbe 4,3 miliardi di dollari l’anno di ricavi in più (18). In Cina succede già: Tencent Music, la prima piattaforma musicale del paese, vende un abbonamento «Super VIP» con vantaggi riservati ai fan più fedeli, che costa due volte e mezzo quello normale, e all'inizio del 2025 lo aveva scelto il 12% dei suoi abbonati.
Nel prossimo pezzo guarderemo alle altre arti, partendo da Vincent van Gogh e dal fratello Theo, che gli pagò dieci anni di pittura. Ma come cambia l’arte per effetto delle nuove tecnologie?
Guido un’azienda che si occupa di automazione, agenti e intelligenza artificiale: ne scrivo perché li vedo da vicino, non per venderti qualcosa. Per questo articolo ho usato l’AI per cercare e verificare le fonti ma l’idea dell’articolo, la tesi e la revisione sono mie.
Riferimenti
1. The Next Web, «Apple Music will label AI songs, and the tags behind them are now mandatory», 21 agosto 2026, con le dichiarazioni di Oliver Schusser a Billboard dell’aprile 2026. link
2. Deezer, «Deezer to give users the option to filter out AI-generated music», 13 ottobre 2026. link
3. Deezer, «Deezer/Ipsos survey: 97% of people can’t tell the difference between fully AI-generated and human-made music», 12 novembre 2025. link
4. Deezer, «AI music exceeds 50% of daily uploads on Deezer», 21 luglio 2026. link
5. Luminate, «2025 Year-End Music Report», gennaio 2026, pagine 15-16 e 60. link
6. IFPI, «Global Music Report 2026: global recorded music revenues grow 6.4%», marzo 2026. link
7. Music Ally, «Goldman Sachs lowers its forecasts for global music industry», 4 giugno 2025, sul rapporto Music in the Air 2025. link
8. Pollstar, «Pollstar 2024 Year End Analysis», 13 dicembre 2024, e «2025 Year End Business Analysis», 23 dicembre 2025. link
9. Ohio State University, sullo studio di Hubert Léveillé Gauvin pubblicato in Musicae Scientiae, ripreso da Hypebot, aprile 2017. link
10. Chartmetric, «Are Songs Actually Getting Shorter? It’s Not That Simple», 3 aprile 2025. link
11. Consequence, «Spotify Is Filling Playlists with Ghost Artists to Minimize Royalty Costs, New Report Alleges», 18 dicembre 2024, sull'inchiesta di Liz Pelly per Harper's. link
12. Music Business Worldwide, sull’inchiesta di Dagens Nyheter: «This secret composer is behind 650 fake artists on Spotify», 19 marzo 2024. link
13. N. Ta, F. Jiao, C. Lin, C. Shen, «Examining Platformization in Cultural Production: A Comparative Computational Analysis of Hit Songs on TikTok and Spotify», arXiv, novembre 2024. link
14. J. Petry, N. Kullick, «From art form to asset: our study found popular songs are becoming more generic», The Conversation, 3 ottobre 2025. link
15. A. Anderson e altri, «Algorithmic Effects on the Diversity of Consumption on Spotify», The Web Conference 2020. link
16. L. Aguiar, J. Waldfogel, «Platforms, Promotion, and Product Discovery: Evidence from Spotify Playlists», NBER Working Paper 24713. link
17. FIMI, classifiche annuali degli album, primi 100 di ogni anno, 2018-2023: elaborazione di Le conseguenze sulla strada di provenienza degli artisti. link
18. Music Business Worldwide, «Emerging markets, superfans, and price rises: 7 takeaways from Goldman Sachs’ new Music in the Air report», giugno 2025. link








