Bollini cercasi alla fiera del libro di Francoforte
Alla Fiera del libro di Francoforte, a metà ottobre, associazioni ed editori di quattro paesi hanno presentato i loro bollini per certificare che un libro è stato scritto da una persona (1). Negli Stati Uniti l’Authors Guild ne ha già assegnati circa 6.500. La ragione è economica prima che morale: quando un testo, una canzone, un’immagine o un programma si producono quasi gratis, la copia digitale perde valore, mentre ne acquista la persona che sta dietro l’opera o l’esperienza che si vive di persona.
Per chi legge significa che molto probabilmente, presto, accanto al prezzo di un libro o di un abbonamento, conterà sapere chi l’ha scritto e come. Per chi scrive, che dovrà dimostrare come lo ha scritto.
Che il valore di un’opera dipenda da chi l’ha fatta non è una scoperta, e la storia di Van Gogh lo dimostra meglio di chiunque. Finché era vivo, i suoi quadri non li voleva quasi nessuno: l’unico venduto che si conosca con certezza è La vigna rossa, 400 franchi pagati nel 1890 dalla pittrice belga Anna Boch (2). Erano le stesse tele che oggi valgono decine di milioni. Mancava la persona. Fuori dalla famiglia e da pochi pittori nessuno sapeva chi fosse l’uomo che le dipingeva, né come lavorava, e per dieci anni lo mantenne il fratello Theo.
Nel 1914 la vedova di Theo, Jo van Gogh-Bonger, pubblicò le lettere di Vincent. Ne restano 820 (3), e raccontano giorno per giorno che cosa dipingeva e con quali colori, quanto spendeva e dove sbagliava. Secondo il Van Gogh Museum, da allora crebbe la stima per lui come artista e come persona (4). Le lettere fecero per Van Gogh quello che i bollini di Francoforte promettono di fare per un libro: dissero chi c’era dietro l’opera e come l’aveva fatta.
Oggi il nome conta ancora di più, perché il confine di ciò che chiamiamo arte si sposta di continuo. Nel 1975 Lou Reed pubblicò Metal Machine Music, un’ora di feedback di chitarra: molti lo riportarono al negozio e la casa discografica lo ritirò dopo poche settimane. Oggi è considerato il disco da cui nasce il noise. Quel confine un tempo si spostava nell’arco di generazioni, mentre con i feed dei social, che premiano ciò che colpisce di più, si sposta in pochi anni. Davanti alla Pietà di Michelangelo si resta a bocca aperta anche senza sapere chi l’ha scolpita. Davanti a gran parte dell’arte di oggi mi sembra proprio di no, e allora a dare valore all’opera è il nome di chi la firma.
Per la scrittura vale ancora di più. Scriveremo tutti con l’aiuto dell’AI, come siamo passati dal pennino con il calamaio alla biro, o dalla macchina da scrivere al computer. Ma l’AI, a differenza di quegli strumenti, può influenzare pesantemente i contenuti e lo stile. E siccome un libro o un giornale si pagano per le idee di qualcuno, bisogna sapere di chi sono.
Questa edizione prova a rispondere a quattro domande. Come cambia il diritto d’autore nel mondo digitale? Si può certificare che un’opera è di un artista, e se l’ha fatta con l’aiuto dell’AI è ancora sua? Ha senso certificare il possesso di un’opera digitale? E come cambia il suo valore rispetto a quello di un’opera fisica?
Copyright e Copyleft
Come cambia il diritto d’autore quando le opere diventano file? I bollini nascono adesso perché la regola che per tre secoli ha difeso il valore delle opere sta cambiando funzione.
Il diritto d’autore è nato in Inghilterra nel 1710 con lo Statuto di Anna, che per la prima volta dà agli autori, e non più solo agli stampatori, l’esclusiva sulla stampa dei propri libri, per quattordici anni, rinnovabili per altri quattordici se l’autore è ancora vivo. Il nome inglese lo dice: copyright, il diritto di copiare. Dal 1886, con la Convenzione di Berna, la protezione nasce insieme all’opera senza bisogno di registrarla, e in Italia dura tutta la vita dell’autore e settant’anni dopo. Protegge l’espressione, cioè le parole o le note di un’opera precisa, e lascia libere le idee. Resta libero anche lo stile: scrivere o dipingere alla maniera di qualcuno è lecito, ed è quello che un modello di AI sa fare meglio.
Il diritto d’autore è utilizzato anche in modo opposto. Nel 1985 Richard Stallman fondò la Free Software Foundation, e nel febbraio 1989 pubblicò la GNU General Public License: chi la adotta consente a tutti di copiare e modificare il codice, ma chi lo fa deve conservare l’avviso con il nome dell’autore e lasciare accessibili a tutti anche le proprie modifiche (5). Stallman la chiamò copyleft, il contrario del copyright, con un po’ di ironia. Da quell’idea vengono Linux e buona parte del software libero. Dal 2002 le licenze Creative Commons hanno portato lo stesso principio a testi, foto e musica. Il copyleft dimostra che si possono lasciare libere le copie senza cancellare il nome di chi ha creato l’opera.
Oggi il diritto d’autore si muove in due direzioni: nei fatti protegge sempre meno la copia, e sempre di più l’autore.
Per la copia, l’esempio più chiaro viene dagli Stati Uniti. Nel giugno 2025 un giudice federale ha stabilito che addestrare un modello sui libri è un uso lecito, e ha contestato ad Anthropic solo le copie piratate che conservava: il patteggiamento, approvato a luglio 2026, vale 1,5 miliardi di dollari, circa 3.000 a libro (6). Più che impedire la copia, il diritto d’autore ne fissa il prezzo.
Per l’autore, l’esempio è italiano. La legge 132 del 2025 sull’intelligenza artificiale ha aggiunto una parola alla legge sul diritto d’autore: sono protette le opere dell’ingegno «umano», anche create con l’aiuto dell’AI, purché siano il risultato del lavoro intellettuale dell’autore (7). La legge chiede già una persona dietro l’opera. Il bollino ne è la versione per il lettore, che non va in tribunale.
Nel resto del mondo, ogni paese deve rispondere a due domande. La prima è se un’azienda possa addestrare un’AI sulle opere di altri, cioè fargliene «leggere» milioni per insegnarle a scrivere o a disegnare, senza chiedere il permesso e senza pagare i diritti d’autore. Per consentirlo serve un’eccezione, una norma che permette di usare opere protette senza autorizzazione, come quella che consente di citare un brano in una recensione. La seconda è se un’opera fatta con l’AI debba essere protetta come quella di un autore umano.
La tabella mostra come si stanno orientando dieci paesi. Sulla seconda domanda sono quasi tutti d’accordo: senza una persona non c’è opera da proteggere, e il Regno Unito, che oggi tutela anche le opere generate da un computer, propone di smettere.
Sulla prima si dividono. Giappone e Singapore lo consentono anche per fini commerciali, per favorire chi sviluppa l’AI. L’Unione europea e l’Italia lo consentono, ma l’autore può vietarlo. L’Australia ha escluso di introdurre un’eccezione, il Regno Unito l’ha accantonata per ora, e negli Stati Uniti decidono i giudici, caso per caso.
La risposta alla prima domanda, quindi: per legge la protezione non arretra, e la durata anzi si allunga, visto che nel 2022 il Canada è passato da cinquanta a settant’anni dopo la morte dell’autore. Si indebolisce nei fatti, perché le cause durano anni e finiscono in accordi di licenza.
Bollini e processi
La seconda domanda è se si possa certificare che un’opera l’ha fatta un artista, e se un’opera fatta con l’aiuto dell’AI si possa considerare ancora sua, e fino a che punto.
Le strade per certificare un’opera sono due.
La prima è la dichiarazione, ed è la strada dei bollini presentati a Francoforte. Quello dell’Authors Guild costa 10 dollari a titolo a chi non è iscritto: l’autore firma un contratto in cui afferma di aver scritto il libro, e se mente ne risponde davanti a un giudice (8). Nessuno legge il manoscritto. Nel Regno Unito Books By People certifica gli editori, che pagano per aderire. In Francia il Label Création humaine aggiunge ai rilevatori di testo artificiale un colloquio fra l’autore e un revisore, e finora ha certificato circa 200 opere (1). È semplice e costa poco, ma si regge sulla parola di chi firma, e i rilevatori sbagliano spesso e non sono d’accordo fra loro.
La seconda è dimostrare il processo: conservare le bozze, le versioni salvate e le conversazioni con l’AI, per poterle mostrare se qualcuno lo chiede. Costa più fatica, ma è una prova, e vale anche contro chi la esibisce. Quest’anno a Houston, in una causa per un’esplosione, il giudice ha fatto consegnare al perito della 3M la sua cronologia di ChatGPT, e ne è emerso che quasi tutta la perizia l’aveva scritta il modello (9).
Resta la parte più difficile: quanta AI si può usare perché un’opera resti di chi la firma.
Nessuno ha fissato una percentuale. L’Authors Guild ammette solo usi minimi, come il correttore ortografico o le ricerche. L’ufficio americano del diritto d’autore ha scritto nel gennaio 2025 che i soli prompt, cioè le istruzioni date al modello, non bastano a fare di qualcuno l’autore. In Cina due tribunali hanno deciso in modo opposto, e la differenza l’ha fatta il processo. Nel 2023 a Pechino un’immagine generata con l’AI è stata protetta perché il suo autore aveva documentato più di 150 prompt e le regolazioni scelte una per una. Nel 2025 a Zhangjiagang la protezione è stata negata a chi non aveva conservato la cronologia del proprio lavoro.
Il criterio che emerge ovunque sono le scelte, più delle ore spese per crearla. Van Gogh, scrivendo a Theo nel 1883, riportava la battuta del pittore James Whistler su un acquerello fatto in due ore, dopo anni di lavoro per riuscire a farlo in due ore (10). Le ore, però, raccontano il processo. Personalmente investo dalle otto alle dieci ore per ogni post che pubblico su Substack, aiutato dall’AI, e faccio una media di 25-30 revisioni prima di pubblicare.
La risposta alla domanda sulla possibilità di certificare che un’opera è fatta da un artista è sì, a patto di certificare il processo: un’opera fatta con l’aiuto dell’AI resta di chi la firma se le scelte sono sue e se ne risponde.
Possedere un file
La terza domanda è se si possa, e abbia senso, certificare il possesso di un’opera digitale. Il tentativo c’è già stato, e sono stati gli NFT. Un NFT, sigla di «non-fungible token», è un certificato registrato su una blockchain, cioè un registro pubblico che nessuno può modificare, e dice chi possiede un certo file. Nel marzo 2021 Christie’s vendette un collage digitale dell’artista americano Beeple per 69,3 milioni di dollari. Il grafico mostra che cosa è successo dopo: in due anni il mercato è cresciuto di quasi cento volte, in altri tre è sceso a meno di un quarto del picco.
Le ragioni sono quattro. Si comprava soprattutto per speculare, e quando nel 2022 sono crollati i prezzi delle criptovalute, con cui gli NFT si pagano, è sparito il motivo per comprare. Una parte del volume era finta: secondo le analisi pubblicate su Dune, una piattaforma di dati sulle blockchain, nel 2022 il 58% degli scambi di NFT su Ethereum veniva da chi vendeva a se stesso per gonfiare i prezzi, come ricorda la nota del grafico. Il certificato, poi, non dava diritti sull’opera. Lo ha scritto nel 2024 lo US Copyright Office in un rapporto al Congresso: possedere un NFT e possedere il copyright dell’opera collegata sono due cose separate (11).
L’ultima ragione riguarda gli artisti. La loro promessa erano le royalty, cioè la percentuale che l’artista riceve ogni volta che l’opera viene rivenduta. Le piattaforme in concorrenza le hanno rese facoltative: Blur ha imposto un minimo dello 0,5%, OpenSea dall’agosto 2023 non le applica più alle nuove collezioni. Nel gennaio 2022 gli artisti avevano incassato 269 milioni di dollari in un mese, nel luglio 2023 ne hanno incassati 4,3 (12). Gli NFT certificavano chi possedeva il file e tacevano su chi l’aveva fatto, e senza una persona da sostenere il collezionista non aveva motivo di pagare l’artista.
La risposta alla terza domanda è che il possesso di una copia digitale si può certificare, ma serve a poco, perché non c’è niente di scarso da possedere. Ha senso certificare chi ha fatto l’opera e chi ne ha i diritti.
I bollini rischiano la stessa fine. Se si reggono sulla parola dell’autore, perdono credito al primo che mente. Se chi certifica si fa pagare da chiunque, il bollino rischia di fare la fine della spunta blu di X. Dal 2023 si ottiene con un abbonamento di circa 8 dollari al mese, e la stessa X avverte che non garantisce chi c’è dietro un account. Nel dicembre 2025 la Commissione europea ha multato la piattaforma per 120 milioni di euro, anche perché quella spunta inganna gli utenti. La differenza è che il bollino lega un nome a una responsabilità. L’NFT non legava nessuno a niente.
L’ insostenibile leggerezza delle copie digitali
La quarta domanda è come cambia il valore di un’opera digitale rispetto a quello di un’opera fisica.
Il confine passa fra le opere nate digitali e quelle che non lo sono. Un brano, un testo, un’illustrazione o un video esistono come file, e un file si copia senza perdere niente: per queste opere l’originale non esiste, e resta da pagare solo la persona. Un quadro, una scultura, un affresco o un’opera di architettura esistono una volta sola. Le loro immagini circolano ovunque, ma la Pietà si vede a San Pietro e un edificio si visita. Per le opere fisiche, le infinite copie digitali fanno salire il valore dell’originale: nel 2022 un frutteto dipinto da Van Gogh è stato venduto all’asta per 117 milioni di dollari (13). La danza e il teatro vivono nel corpo di chi li fa, e nessun file li sostituisce.
La copia di un dipinto, invece, vale sempre meno. Dal 2017 il Metropolitan Museum di New York regala le immagini delle opere di pubblico dominio, quasi mezzo milione, anche per usi commerciali. L’Italia va nella direzione opposta: dal 2024 il Ministero della Cultura fa pagare l’uso commerciale delle immagini delle opere dei suoi musei, da 5 euro per un’immagine sul web a un minimo di 1.000 euro, più una quota sulle vendite, per una riproduzione in altissima definizione destinata al mercato. E gli NFT d’arte, le copie digitali vendute come pezzi unici, nel 2023 valevano in media meno di un quarto di quanto valevano nel 2021 (14).
Dove il valore resta lo mostra il grafico qui sotto, che mette in fila dieci anni di prezzi. Il biglietto medio dei concerti è salito molto più dell’inflazione; il vinile e il biglietto del cinema in sala l’hanno seguita da vicino. Il digitale si è diviso: il ricavo medio di Spotify per abbonato è sceso di un terzo, quello di Netflix è salito del 44%.
Una spiegazione possibile sta in chi possiede il catalogo. Netflix produce in casa film e serie che si trovano solo lì, e ha potuto alzare più volte il listino. Spotify offre gli stessi cento milioni di brani dei concorrenti, che appartengono alle case discografiche, e versa loro quasi il 70% di quello che incassa (15). In dieci anni il prezzo della copia è sceso dove le copie sono di tutti, ed è salito dove qualcuno controlla il catalogo e ne risponde.
C’è però un dato che va contro l’idea che un’opera fatta da un essere umano si paghi di più. Due economisti americani hanno fatto leggere a 654 persone un racconto generato da ChatGPT. A metà di loro hanno detto che era dello scrittore Jason Brown, di cui avevano appena letto una breve biografia; all’altra metà, che l’aveva scritto l’AI. Chi credeva che fosse dell’AI lo ha giudicato peggiore. Per leggerne la fine, però, era disposto a rinunciare alla stessa parte del compenso dell’esperimento, e a lavorare lo stesso tempo, di chi credeva che fosse di Brown (16). A parole preferiamo l’autore umano; al momento di pagare, no.
Questo esperimento, però, non chiude la questione. L’autore «umano» era uno scrittore presentato con una breve biografia letta pochi minuti prima, e in gioco c’erano al massimo cinquanta centesimi. Nella vita di tutti i giorni si è disposti a pagare di più quando dietro un testo c’è una persona che si conosce e di cui ci si fida: lo scrittore di cui si leggono tutti i libri, o la newsletter a cui si è abbonati.
Quindi come cambia il valore? Un’opera digitale vale quanto la persona che ne risponde. Un’opera fisica vale anche come oggetto unico, e le copie che la fanno conoscere ne sostengono il prezzo.
La giungla digitale
Il mondo digitale l’abbiamo interamente creato noi qualche decennio fa. Quello fisico lo abbiamo potuto influenzare, in alcuni casi trasformare spesso in peggio, ma non creare. In quello digitale abbiamo messo informazioni, giochi, relazioni, affari e arte, e adesso anche un’intelligenza che in quel mondo si muove meglio di noi e che presto potrebbe dettarne le regole. Ma oramai dipendiamo così tanto da quello digitale da non poterne più fare a meno. Per questo dobbiamo scrivere le regole, prima di perdere completamente il controllo su ciò che è vero e ciò che è falso. I bollini sui libri, le sentenze sul diritto d’autore, la parola «umano» nella legge italiana e le etichette sulla musica generata sono primi, pallidi tentativi.
Per chi scrive cambia il lavoro di tutti i giorni. Le bozze e le versioni salvate diventano la prova che dietro il testo c’è qualcuno, e conviene conservarle come si conservano le ricevute. Questa settimana apri l’ultimo libro o l’ultima newsletter che hai pagato e cerca se dice come è stato scritto. Se scrivi, salva le bozze.
In coda a ogni numero di Le conseguenze c’è una riga che dice come ho usato l’AI e che cosa è mio. È molto meno delle 820 lettere di Van Gogh, e serve alla stessa cosa: dire chi c’è dietro.
Ti lascio con la domanda che mi faccio ogni volta: un post come questo sarebbe stato in grado di scriverlo chiunque grazie all’AI, o no? Rispondi nei commenti.
Guido un’azienda che si occupa di automazione, agenti e intelligenza artificiale: ne scrivo perché li vedo da vicino, non per venderti qualcosa. Per questo articolo ho usato l’AI per cercare e verificare le fonti ma l’idea dell’articolo, la tesi e la revisione sono mie.
Riferimenti
1. AFP, «’Human-authored’ book labels gain ground amid AI scandals», ripreso da The Star, 10 ottobre 2026. link
2. Van Gogh Letters, lettera 855 alla madre e alla sorella, nota 5, sull’annotazione di Theo del 6 marzo 1890. link
3. Van Gogh Letters (Van Gogh Museum e Huygens Institute), «Overview», conteggio delle lettere sopravvissute. link
4. Van Gogh Museum, «The Woman Who Made Vincent Famous». link
5. GNU Project, «What is Copyleft?», con la GNU General Public License, versione 1, febbraio 1989. link
6. Bartz v. Anthropic, sito ufficiale del patteggiamento, con l’approvazione definitiva del 20 luglio 2026. link
7. Legge 23 settembre 2025, n. 132, art. 25, Gazzetta Ufficiale n. 223 del 25 settembre 2025. link
8. Authors Guild, «Human Authored Certification Expands to All Authors», 2 marzo 2026. link
9. 404 Media, sul perito della 3M che ha scritto la perizia con ChatGPT nella causa per l’esplosione di Houston, 2026. link
10. Van Gogh Letters, lettera 322 a Theo, L’Aia, marzo 1883, con la nota 5 sul processo Whistler-Ruskin. link
11. US Copyright Office e USPTO, «Non-Fungible Tokens and Intellectual Property: A Report to Congress», 12 marzo 2024. link
12. Fortune, «NFT exchanges knocked for slashing artist royalty rates», 5 agosto 2023, su dati Nansen. link
13. CNN, sull’asta della collezione di Paul G. Allen da Christie’s, novembre 2022. link
14. DappRadar, «NFT Art’s shocking collapse: from $2.9 billion boom to $23.8 million bust», aggiornato l’8 aprile 2026. link
15. Spotify, «2025 music industry payouts: what’s next for artists», newsroom, 28 gennaio 2026. link
16. Martin Abel e Reed Johnson, «AI Bias for Creative Writing: Subjective Assessment Versus Willingness to Pay», IZA Discussion Paper 17646, gennaio 2025. link






